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L’ombra fremeva; gemè un
preludio di Chopin così delicato che parve il
sospiro della sera; non saliva, non insisteva: erano
note staccate che si diffondevano svanendo in una
melanconia senza nome, e altre seguivano egualmente
lievi, poi altre ancora e il tono calava e il
silenzio sembrava palpitare. Se quella era una
musica di dolore, divina ed infelice l’anima che lo
patì! Quindi dal preludio si svolse un canto
indistinto, lento, ma a volta, a volta con uno
slancio ineffabilmente appassionato come di una
farfalla legata ad un filo: una lotta soave e
crudele, che non poteva esprimersi senza quelle note
e abbisognava della sera bruna, piena di
reminiscenza e di brividi prima che la luna versasse
tutto il suo chiarore e la solitudine si popolasse
coi fantasmi della notte. Sembrava un’aspirazione
verso un ideale incompreso, che sorgesse da un’anima
chiusa in una forma gracile e stupenda, come un
dolce odore esala da un bel fiore, e perdendosi
inutilmente si dolesse della propria delicatezza. Le
note si fecero più rare, s’abbassarono languenti,
sfinite...
Il piano era muto e Giorgio
commosso ascoltava ancora.
Guardò alla finestra: l’ombra,
non passava più innanzi al lume.
Quella musica sembrava aver
desto l’anima del bosco: le frondi sussurravano fra
loro, qualche ramo luceva al raggio di una stella
affacciatasi al suo balcone d’azzurro, mentre
nell’aria udivasi come il passare di aerei fantasmi
dalle lunghe vesti sibilanti che si inseguissero: la
rugiada inumidiva lagrimosa le verdi pupille delle
foglie.
Giorgio era solo: nella casa e
nel prato era silenzio.
Attese che la musica
ripigliasse fra la trepidazione della sera.
D’improvviso sprizzarono le
note di un fandango ebbre di risa e di baci, e la
voluttà levandosi in sussulto parve gittarsi nella
ridda per riempirla di un disordine fragoroso e
lascivo; gli occhi neri avventavano lampi, le bocche
fremevano, il respiro ingrossandosi faceva
arrovesciare le teste coi capelli ondeggianti... La
ridda precipitava più veloce e più nuda, perché le
note, quasi mani convulse, alzavano le vesti...
Giorgio fu trascinato: non poté più resistere, si
girò attorno un’occhiata e abbracciandosi d’un
tratto all’albero cominciò una difficile e pazza
ascensione. Giunse trafelato sulla forcata, che la
tormenta del fandango aveva raggiunta la foga di una
tormenta di sabbie e le ultime note cadevano
soffocate, stritolate.
Nella camera non si vedeva, che
un doppiere sopra un tavolo.
Una bestemmia gli si frantumò
fra i denti, ma indi a poco una donna, vaporosamente
vestita di una lunga veste bianca, s’appressò al
tavolo e si assise sulla poltrona: la sua posa era
languida, la sua figura riflettendosi dietro in un
alto specchio, s’illuminava più vivamente nel
chiarore della lastra.
— Se Ossian la vedesse in
questo punto — Giorgio pensò — la paragonerebbe a
Sumalla o ad Evirallina.
La donna non si moveva dalla
sua stanca posa; una treccia discesa in una piega
della veste ne usciva sciolta in ciuffo; forse ella
aveva cominciato a disfarla e s’era fermata prima
che a mezzo.
Passarono alcuni minuti; indi
con la mano libera ripresa la treccia, la disciolse,
la diffuse; slegò il mazzo dell’altre lasciandone
intatta una sola e stette guardando fisamente per la
finestra.
La tenda era immobile, il vento
era cessato; ella pure stava immobile e le candele
la lumeggiavano.
Sospirò forte, poi aprendo
lentamente le braccia fe’ colla testa un atto
inesprimibile di seduzione, quasi che un fantasma le
stesse dinanzi e non intendendosi bene col
linguaggio degli occhi si movesse per abbandonarla:
ma le mani non le caddero abbattute, anzi si levò,
andò allo specchio e vi si mirò intenta. Poi si
volse alla finestra; la tenebria facevasi mano mano
più densa.
Dal ramo, che stringeva colle
ginocchia a guisa di una sella, Giorgio osservava
comodamente nella stanza per il vano delle tende.
Mimy si slacciò al collo la
veste rigettandola dalle spalle perché scivolasse;
la veste scivolandosi gonfiò come una nuvola che la
nascose sino ai ginocchi; ella non aveva più che la
camicia, strana, attillata quanto un abito, con un
ampio bavero alla marinara e una cintura alle reni
che le disegnava vagamente le forme della persona.
Così contemplandosi si accomodò i capelli, stirò una
calza scesa borghesemente in crespe, allentò la
fascia, si sbottonò il pettorale con lentezza quasi
di amante, che volesse bere a sorsi la voluttà delle
bellezze che scopriva; poi lo staccò, e poiché
voltava il fianco alla finestra, Giorgio poté
ammirare una divina forma femminea. La camicia era
diventata una mantellina a maniche.
Allora si ammirò ella pure; poi
fanciullescamente, a passi piccini, venne a prendere
la mandola in sul tavolo, trasse la poltrona allo
specchio e vi si adagiò: ma depose l’istrumento
sulla veste invece di toccarlo.
All’insistenza della propria
contemplazione quella donna doveva essere innamorata
di sé stessa, poiché la vanità non bastava a
spiegare quella lunga e raffinata osservazione del
bel corpo. Nel suo atteggiamento che avrebbe
entusiasmato uno scultore, posava dinanzi a sé
medesima. Mollemente sdraiata sulla poltrona, colla
camicia gettata sul dosso come un mantello, i
capelli ondeggianti, una mano sotto il seno e un
piede che scherzava colla cornice dello specchio,
mentre la gamba vi si rifletteva in tutta la purezza
del suo profilo... ella si inebriava, insuperbiva,
forse, e non aveva torto. Le sue forme erano di
grandezza mezzana ma di una inesprimibile castità,
artistica: bianca, bionda fanciulla, all’aria
estatica del volto e al fremente errare della mano
forse assorta in un sogno di amore; sola, nuda, allo
specchio, la mandola ai piedi, i capelli diffusi:
figura poetica ed originale di voluttà e di
bellezza! Giorgio la divorava. La stravaganza della
sua ascensione sull’albero era superata dalla
stravaganza di quella scoperta e dall’estasi
solitaria di quella donna davanti a sé stessa e in
sé stessa, giacché quella nudità così pura e insieme
così impudente prestavasi alle più bizzarre e audaci
divagazioni.
—
Bella!... bisogna ch’io l’abbia — mormorò stendendo
nell’ombra una mano verso di lei.
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